Beyond Mansplaining
Beyond Mansplaining
8 luglio 2026📰 I Fatti

Spettacolo e dissenso: due sfide al potere americano

Il confronto tra la scalata all’Empire State Building e la protesta del maggiore Jason Watson mostra come media e istituzioni diano grande spazio alle trasgressioni spettacolari, relegando invece ai margini i dissensi più scomodi politicamente.

Spettacolo e dissenso: due sfide al potere americano
Preferenze di lettura
18px

Il primo luglio 2026 si sono verificati due episodi molto diversi tra loro, ma accomunati da un elemento essenziale: entrambi hanno rappresentato una forma di sfida all’autorità statunitense. Uno ha assunto i tratti della performance spettacolare, l’altro quelli della contestazione istituzionale. Considerati insieme, questi due casi mostrano con particolare chiarezza un meccanismo ormai ricorrente: il sistema mediatico tende a premiare i gesti trasgressivi che si prestano a essere trasformati in racconto visivo, mentre il dissenso più strutturato, soprattutto quando tocca nodi politici sensibili, viene spesso assorbito e ridotto di visibilità.

Una stessa data, esiti opposti

Nello stesso giorno in cui, a New York, due rooftopper russi raggiungevano la cima dell’Empire State Building, a Washington un maggiore dell’Aeronautica protestava sulle scalinate del Campidoglio chiedendo l’impeachment del presidente Trump.
Il primo episodio ha fatto rapidamente il giro del mondo, generando immagini virali, titoli sensazionalistici e milioni di visualizzazioni. Il secondo, pur avendo un contenuto politico e istituzionale ben più delicato, è rimasto confinato in una copertura limitata e prudente.

La simultaneità dei due eventi rende il confronto particolarmente utile.
Quasi come in un esperimento, emerge che a determinare l’attenzione pubblica non è tanto la gravità dell’atto, quanto la sua capacità di essere tradotto in una narrazione semplice, immediata e facilmente condivisibile.

Il caso Empire State Building

I cittadini russi Angela Nikolau, 33 anni, e Ivan Beerkus, 32 anni, già noti per la docuserie Netflix Skywalkers: A Love Story, hanno scalato l’antenna dell’Empire State Building fino a circa 443 metri di altezza, superando di molto il 102 piano aperto ai visitatori. L’azione non è apparsa come un gesto improvvisato, ma come un’operazione costruita con precisione, secondo uno schema che i due avevano già sperimentato: accesso abusivo nelle zone tecniche dell’edificio, arrampicata senza dispositivi di protezione e, una volta arrivati in cima, messa in scena finale.

In vetta hanno esposto uno striscione nero con la frase “When the power of love beats the love of power the world knows peace”, attribuita a Jimi Hendrix, scelta evidentemente per dare al gesto un significato universale e immediatamente riconoscibile. A chiudere la performance, una proposta di matrimonio filmata durante la discesa, elemento che ha rafforzato la cornice romantica dell’intera vicenda.

L’intervento della NYPD Emergency Services Unit è avvenuto solo dopo la disattivazione dell’antenna, necessaria per ragioni di sicurezza. I due sono stati fermati intorno alle 12:30. I filmati delle bodycam, diffusi poco dopo, mostrano un arresto dai toni quasi distesi, contribuendo a ridurre ulteriormente la percezione di pericolo associata all’episodio. A loro carico sono stati contestati otto capi d’accusa, tra cui effrazione, messa in pericolo dell’incolumità pubblica, danneggiamento e possesso di strumenti da scasso.

Tuttavia, nonostante la gravità formale delle imputazioni, la coppia è stata rimessa in libertà sotto supervisione già il giorno successivo. Ha pesato, in particolare, il fatto che la gestione dell’edificio abbia riconosciuto l’assenza di un rischio concreto per il pubblico. Questo passaggio è stato decisivo, perché ha consentito di reinterpretare l’accaduto non come una seria minaccia alla sicurezza collettiva, ma come un gesto spettacolare a basso impatto sociale. Le immagini dei due che si baciano sui gradini del tribunale hanno poi completato perfettamente il racconto mediatico, saldando trasgressione, romanticismo e visibilità pubblica.

Il caso Jason Watson

Di segno completamente diverso è la vicenda del maggiore Jason Watson, 40 anni, ufficiale logistico dell’Aeronautica con 17 anni di servizio. Watson ha manifestato in uniforme sulle scalinate del Campidoglio con un cartello recante le parole “IMPEACH”, “CONVICT” e “REMOVE”, contestando gli interventi militari in Venezuela, Cuba e Iran, che riteneva condotti senza autorizzazione congressuale e in violazione del War Powers Act.

L’iniziativa era stata organizzata insieme alla Removal Coalition e al deputato democratico Al Green, già noto per precedenti tentativi di impeachment. Prima dell’arresto, Watson ha tenuto un intervento pubblico in cui ha denunciato varie presunte violazioni costituzionali da parte dell’amministrazione: dall’aggiramento dei poteri del Congresso in materia di guerra all’uso improprio del Department of Homeland Security, fino alle contestazioni sulla cittadinanza per nascita. La sua dichiarazione ai giornalisti è stata particolarmente significativa: ciò che conta, ha detto in sostanza, non è tanto la sua persona quanto quello che intendeva denunciare e il prezzo che era disposto a pagare per farlo.

L’arresto è stato eseguito dalla Capitol Police sulla base di una violazione procedurale relativa alle manifestazioni sulle scalinate, e non per un reato politico in senso stretto. Le accuse civili sono state infatti ritirate poco dopo. Ma proprio qui si apre il punto centrale: il rischio reale per Watson non si colloca nel circuito della giustizia ordinaria, bensì in quello militare.

L’Aeronautica ha avviato un’indagine formale per valutare possibili violazioni di quattro disposizioni dell’Uniform Code of Military Justice: l’Articolo 88, sulle parole di disprezzo verso autorità civili; l’Articolo 92, relativo alla violazione di ordini o regolamenti; l’Articolo 133, sulla condotta indegna di un ufficiale; e l’Articolo 134, relativo alla condotta lesiva del buon ordine e della disciplina.
Nel frattempo Watson è stato confinato alla base di Anacostia-Bolling e gli è stato vietato di parlare ulteriormente con la stampa. In altre parole, è stato privato proprio di quella visibilità pubblica che avrebbe potuto offrirgli una qualche forma di protezione.

Due sfide, due trattamenti

Il confronto tra i due casi mette in luce una differenza netta.
La coppia russa è entrata in un procedimento penale ordinario, pubblico, regolato da procedure visibili e trasparenti. Pur essendo stata formalmente incriminata, ha ottenuto un rapido rilascio, trasformando di fatto anche l’arresto in un’estensione della propria narrazione pubblica.
Watson, al contrario, ha visto cadere quasi subito le accuse civili, ma resta esposto a un iter disciplinare interno, molto meno trasparente e potenzialmente devastante per la sua carriera, il suo grado e la sua reputazione professionale.

Questa divergenza non sembra affatto casuale. Il sistema appare relativamente tollerante verso un atto rischioso ma politicamente neutro, soprattutto se può essere riassorbito come intrattenimento. Diventa invece molto più cauto e restrittivo quando il gesto mette in discussione equilibri istituzionali sensibili, come il rapporto tra forze armate, potere esecutivo e Congresso.

Chi trae vantaggio

I soggetti che escono rafforzati da questa dinamica non sono necessariamente quelli meno esposti sul piano giuridico, ma quelli il cui gesto può essere convertito più facilmente in attenzione mediatica e valore simbolico. Nikolau e Beerkus ne sono un esempio evidente: il loro capitale reputazionale, già alimentato dalla presenza su Netflix, si è ulteriormente rafforzato grazie alla viralità dell’episodio. In questo senso, l’arresto non ha interrotto la loro traiettoria pubblica, ma l’ha anzi alimentata.

Watson, invece, pur non essendo stato colpito nell’immediato dalla giustizia civile, rimane in una posizione di debolezza strutturale. La sua iniziativa obbliga chi la racconta a prendere posizione su questioni divisive: i limiti del potere esecutivo, il ruolo del Congresso nelle decisioni di guerra, la neutralità politica delle forze armate. È proprio questa densità politico-istituzionale a renderla meno adatta alla logica della viralità e più esposta a una copertura prudente, limitata, talvolta marginale.

Da questo punto di vista, il vero vincitore sembra essere il sistema nel suo complesso: da un lato l’ecosistema mediatico, che privilegia i contenuti più immediati e spettacolari; dall’altro l’apparato politico-militare, che può gestire il dissenso più scomodo attraverso strumenti interni, lenti e poco visibili. La scalata all’Empire State Building ha finito così, anche involontariamente, per funzionare come perfetto distrattore collettivo.

Le ragioni della disparità

Si possono individuare almeno quattro fattori che spiegano perché la vicenda dei due rooftopper abbia oscurato quella di Watson.

Il primo è visivo. La scalata produce immagini forti, scenografiche, quasi cinematografiche: l’altezza, il rischio, la skyline, il bacio, la proposta di matrimonio. La protesta di Watson, per quanto politicamente rilevante, offre invece una scena statica e molto meno adatta alla circolazione algoritmica.

Il secondo è emotivo. Il racconto di amore, coraggio e sfida fisica è immediatamente comprensibile a chiunque. Un discorso su impeachment, War Powers Act e limiti costituzionali dell’uso della forza richiede invece conoscenze pregresse e una soglia di attenzione più alta.

Il terzo fattore è politico. La protesta di Watson costringe inevitabilmente media e pubblico a collocarsi, o almeno a esporsi, rispetto all’operato dell’amministrazione. Per molti attori dell’informazione questo rappresenta un costo. La scalata, al contrario, resta sostanzialmente neutra sul piano ideologico e quindi molto più facile da raccontare senza attriti.

Il quarto fattore è il capitale mediatico già disponibile. Nikolau e Beerkus partivano con una visibilità preesistente e con un brand personale già riconoscibile. Watson no. Anzi, si trovava nella posizione opposta: quella di un individuo isolato che sfida un’istituzione abituata a trattare internamente e con discrezione i casi disciplinari.

Implicazioni più ampie

Sul piano della comunicazione politica, il caso del primo luglio 2026 suggerisce una lezione importante: il potere non ha sempre bisogno di reprimere apertamente il dissenso. Spesso gli basta muoversi dentro un ambiente mediatico che, per logiche proprie, tende già a privilegiare ciò che è spettacolare e facilmente monetizzabile, lasciando ai margini ciò che è complesso, divisivo o meno “consumabile”.

Sotto il profilo giuridico-militare, la vicenda Watson mostra anche un altro aspetto: strumenti come l’Articolo 88 dell’UCMJ possono funzionare non solo come base per una sanzione formale, ma come leva di pressione protratta nel tempo, capace di logorare il dissenso senza trasformarlo in un caso simbolico troppo visibile. In questo senso, l’intreccio tra saturazione mediatica e gestione interna del conflitto costituisce un caso di studio particolarmente utile per chi si occupa di istituzioni, diritto costituzionale comparato e rapporti tra potere civile e militare.

- Francesca

Discussione

0 commenti

Commenti dei lettori

Uno spazio per aggiungere contesto, critica o interpretazioni personali.

Nessun intervento

Inizia tu la conversazione

Non ci sono ancora commenti pubblicati. Puoi essere il primo a lasciare un punto di vista su questo articolo.