Hormuz: storia di uno stretto che può cambiare le carte in tavola
Lo Stretto di Hormuz è il punto in cui si misura la fragilità dell’ordine mondiale: tra eredità imperiali, rivalità regionali e guerra asimmetrica, ogni crisi può trasformarsi in shock globale.

Provate a immaginare un imbuto largo poco più di 33 chilometri. Da lì, ogni giorno, deve passare una nave su cinque tra quelle che trasportano petrolio nel pianeta. Non parliamo di un dettaglio geografico curioso, ma della gola attraverso cui respira l'intera economia mondiale. Da questo passaggio transita circa il 20% del consumo globale di petrolio, quasi 21 milioni di barili quotidiani, e vicino al 40% del gas naturale liquefatto trasportato per mare. Basterebbe un incidente, un missile, una mina, e il prezzo del carburante schizzerebbe alle stelle da Tokyo a New York in poche ore.
Ecco perché lo Stretto di Hormuz non è mai stato un semplice problema logistico-marittimo: rappresenta il barometro della stabilità mondiale, il punto preciso dove la sopravvivenza degli Stati si scontra con l'orgoglio delle grandi potenze, senza spazio per compromessi. In un sistema economico basato su catene di approvvigionamento fortemente concentrate, la tenuta di questo chokepoint equivale, letteralmente, alla sopravvivenza nazionale per le potenze industriali che ne dipendono. Da mesi lo Stretto di Hormuz domina la cronaca internazionale, teatro di un'instabilità cronica in cui l'apertura e la chiusura del passaggio si alternano senza logica apparente, specchio di una turbolenza geopolitica che sfugge a ogni previsione.
Genesi storica e l'eredità dell'impero (1879-1971)
Ogni impero che aspiri a definirsi tale deve controllare i punti dove il mondo si restringe. Per quasi un secolo, per l'Impero britannico quel punto fu proprio Hormuz: una delle porte obbligate tra la madrepatria e il "gioiello della corona", l'India. Dopo l'incoronazione della Regina Vittoria a Imperatrice d'India nel 1876, il Golfo Persico cessò di essere una semplice rotta commerciale, trasformandosi in un corridoio strategico da presidiare a ogni costo.
Londra amministrava attraverso un sistema di protettorati, ponendosi come arbitro supremo delle dispute locali, in cambio di lealtà e stabilità. Tre erano i pilastri di questo dominio silenzioso:
1)la diplomazia dei trattati con le dinastie locali,
2)il commercio protetto dalla Anglo-Persian Oil Company (antenata della BP),
3)una presenza militare in grado di scoraggiare ogni ingerenza russa o tedesca.
Ma gli imperi, per quanto solidi possano apparire, hanno un tallone d'Achille: i conti in ordine. Nel 1971 la sterlina svalutata e le casse vuote costrinsero Londra a completare il disimpegno "East of Suez", un ritiro che nessuno aveva realmente pianificato con cura. Quel ritiro non lasciò soltanto un vuoto militare: rimosse l'unico arbitro neutrale della regione, quello che per un secolo aveva mediato le dispute tra dinastie rivali senza un interesse identitario diretto nella partita. Privati di quel garante esterno, gli attori regionali intrapresero subito una corsa agli armamenti e un consolidamento identitario che avrebbe trasformato il Golfo in un'arena di competizione permanente, ben oltre la semplice sicurezza marittima. Gli Stati Uniti, inizialmente riluttanti a colmare quel vuoto, si ritrovarono a dover gestire un'eredità pesantissima, tentando in prima battuta di scaricarla su due alleati locali: Iran e Arabia Saudita, i celebri "Twin Pillars".
L'ascesa della Dottrina Carter e la Guerra dei Tanker (1979-1988)
Bastò un solo anno, il 1979, per far crollare tutto. La Rivoluzione Iraniana trasformò da un giorno all'altro l'alleato più fidato di Washington nel suo incubo peggiore, e con essa la politica dei "Twin Pillars" si rivelò un castello di carte: fondata sull'assunto che due monarchie amiche potessero garantire da sole la stabilità regionale, non aveva previsto che una delle due colonne potesse crollare dall'interno. Lo Scià cadde, e con lui l'illusione di un Golfo stabile e filo-occidentale. Al suo posto arrivò una minaccia ideologica destinata a durare decenni, capace non solo di sfidare Washington ma di proporsi come modello rivoluzionario alternativo per l'intero mondo islamico.
Washington reagì con una dichiarazione che avrebbe fatto scuola: nel 1980 il Presidente Carter affermò che qualsiasi potenza esterna avesse tentato di controllare il Golfo avrebbe attaccato gli interessi vitali americani. Fu la prima volta che una regione lontana migliaia di chilometri dal continente americano venisse equiparata, in termini di priorità strategica, alla difesa del territorio nazionale, un salto concettuale enorme, capace di legare indissolubilmente la sicurezza economica statunitense alla presenza militare permanente nel Golfo. Quelle affermazioni trovarono conferma pochi anni più tardi, quando il conflitto tra Iran e Iraq si estese anche al fronte navale del Golfo Persico. Nell'ambito di questa fase, nota come "guerra delle petroliere", Saddam Hussein ordinò attacchi sistematici contro le navi cisterna dirette ai porti iraniani, impiegando sia missili sia unità aeree, con l'obiettivo di colpire l'economia di Teheran alla radice, ossia le esportazioni di petrolio.
Di fronte all'escalation, gli Stati Uniti intervennero con l'Operazione Earnest Will (1987), la più vasta operazione di scorta navale intrapresa dalla Marina statunitense dai tempi della Seconda Guerra Mondiale. A questa fece seguito, nell'aprile del 1988, l'Operazione Praying Mantis, un'azione militare di breve durata ma di straordinaria efficacia, che portò alla distruzione di una parte significativa della flotta militare iraniana nell'arco di poche ore.
L'esito di questi eventi rappresentò un caso esemplare di deterrenza convenzionale riuscita: la superiorità militare statunitense si tradusse in un rapido ridimensionamento delle capacità operative iraniane nel Golfo, contribuendo in modo determinante alla decisione di Teheran di accettare, nel 1988, il cessate il fuoco che pose fine al conflitto con l'Iraq.
Ma proprio quel successo, così brillante, seminò l'errore più grande: Washington si convinse che bastasse la forza bruta, la superiorità tecnologica delle grandi navi, per controllare Hormuz per sempre. Da quel momento la superiorità navale convenzionale divenne l'unico vero garante americano del flusso energetico globale, una scelta che, paradossalmente, non rese lo scontro futuro meno probabile, ma più inevitabile, ancorando l'intera strategia di sicurezza a un solo strumento, sempre più costoso da mantenere e sempre più esposto a chi trovasse il modo di eluderlo.
La rivalità Arabia Saudita-Iran come motore dell'instabilità
Sotto la competizione militare visibile, corre una faglia più profonda e meno negoziabile: quella identitaria tra il Wahhabismo saudita e lo Sciismo rivoluzionario iraniano. Non si tratta di una semplice lotta per il territorio o per le quote di produzione petrolifera, ma di un conflitto tra due visioni dell'autorità religiosa e politica nel mondo islamico, ciascuna delle quali rivendica una legittimità che esclude l'altra. Questa faglia si riflette direttamente e costantemente nella gestione dello Stretto di Hormuz, trasformando ogni crisi marittima in qualcosa di più di una disputa navale.
L'Iran, in questa dinamica, oscilla continuamente tra due logiche difficili da separare. Da un lato adotta un realismo difensivo quando usa la minaccia di chiusura dello Stretto come deterrente contro sanzioni e minacce d'invasione, una forma di protezione della propria sovranità che trova consenso anche tra chi, a Teheran, non condivide l'impianto ideologico della Repubblica Islamica. Dall'altro, scivola apertamente in un realismo offensivo quando usa lo stesso Stretto come leva per proiettare potere, forzare un nuovo equilibrio regionale e massimizzare la propria influenza a discapito delle monarchie del Golfo.
Questa rivalità si concretizza nelle guerre per procura che hanno costellato l'ultimo decennio. In Siria e nello Yemen, il supporto iraniano alle milizie sciite e agli Houthi ha dimostrato una capacità di minaccia che va oltre Hormuz, estendendosi fino allo stretto di Bab al-Mandeb e collegando così due chokepoint critici in un'unica architettura di pressione. In Bahrein, Teheran sostiene da anni la maggioranza sciita della popolazione contro la monarchia sunnita alleata di Riad, con l'obiettivo dichiarato di scalzare, nel lungo periodo, la presenza della Quinta Flotta statunitense proprio nel cuore del suo dispiegamento regionale.
L'evoluzione strategica e il logoramento della deterrenza (1991-2019)
Il dopo Guerra Fredda regalò agli Stati Uniti un'illusione di onnipotenza che si sarebbe rivelata fatale. L'invasione dell'Iraq, avviata dagli Stati Uniti nel marzo del 2003, portò alla caduta del regime di Saddam Hussein, che pur essendo responsabile di gravi crimini contro la popolazione irachena e curda, aveva svolto per decenni la funzione di argine regionale nei confronti dell'Iran. La rimozione di questo contrappeso determinò un vuoto di potere che favorì, negli anni successivi, l'espansione dell'influenza iraniana nel Paese, attraverso il sostegno a formazioni politiche e milizie a maggioranza sciita. Tale fenomeno fu descritto dalla letteratura politologica con l'espressione "Mezzaluna Sciita", coniata per indicare l'estensione dell'influenza di Teheran lungo un arco geografico che, attraversando l'Iraq, giungeva a coinvolgere anche Siria e Libano. Questo nuovo assetto geopolitico alterò in modo duraturo gli equilibri di potere in Medio Oriente, ponendo fine a un ordine regionale consolidato nei decenni precedenti e aprendo una fase di instabilità che si sarebbe protratta ben oltre la fine del conflitto iracheno.
Nel 2019 si registrò un primo significativo segnale di mutamento negli equilibri della sicurezza nel Golfo Persico. Una serie di attacchi contro petroliere nello Stretto di Hormuz, unitamente ai sabotaggi degli impianti sauditi di Abqaiq e Khurais, evidenziò la crescente vulnerabilità delle infrastrutture energetiche regionali. A tali episodi non fece seguito una risposta militare diretta da parte degli Stati Uniti, circostanza che molti osservatori interpretarono come un indicatore di una progressiva riluttanza di Washington a impegnarsi in operazioni armate su larga scala per la tutela degli interessi energetici nell’area.
Questo atteggiamento indusse i Paesi del Golfo a riconsiderare le proprie strategie di sicurezza, mentre l’Iran sviluppava e affinava capacità asimmetriche a basso costo, tra cui droni e ordigni navali avanzati, spesso impiegati in operazioni difficilmente attribuibili con certezza. Tali strumenti si collocavano in una “zona grigia” del conflitto, caratterizzata da azioni al di sotto della soglia della guerra convenzionale.
Nel lungo periodo, questi sviluppi contribuirono a mettere in discussione il paradigma consolidato della strategia navale, secondo cui la superiorità in termini di grandi unità da combattimento garantirebbe automaticamente il controllo degli spazi marittimi. L’evoluzione tecnologica e l’emergere di minacce asimmetriche hanno infatti progressivamente eroso tale presupposto, ridefinendo le modalità di esercizio della potenza marittima nel XXI secolo.
Il punto di svolta 2026: Operation Epic Fury e la guerra decentralizzata
Il 28 febbraio 2026 segnò un momento di svolta nella crisi tra Iran, Stati Uniti e Israele. L’operazione congiunta Epic Fury colpì siti nucleari e centri di comando strategici iraniani, ma l’elemento che ebbe il maggiore impatto politico e simbolico fu l’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei. Non fu un attacco qualsiasi bensì, un atto irreversibile, capace di trasformare una crisi militare in un punto di non ritorno e di innescare quella che gli analisti hanno definito una "escalation orizzontale", capace di coinvolgere direttamente o indirettamente quattordici paesi diversi.
La risposta iraniana fu sorprendentemente sofisticata, tutt'altro che disperata. L'IRGC (Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica) non chiuse lo stretto, sarebbe stato un suicidio economico e avrebbe alienato la Cina, il suo cliente più importante. L’IRGC Inventò lo "Smart Control": passaggio libero per le navi cinesi e neutrali, colpi mirati contro chiunque fosse considerato ostile, ispezioni forzate, sequestri selettivi di navi "nemiche" e pedaggi di sicurezza superiori al milione di dollari per chi voleva attraversare senza problemi. Una guerra chirurgica, quasi burocratica, combattuta a colpi di selettività invece che di forza bruta.
Gli strumenti tecnici impiegati in questa forma di guerra decentralizzata meritano un’attenzione particolare. I droni OWA, velivoli monouso a basso costo impiegati in sciame, misero sotto pressione le difese delle unità di superficie, evidenziando un forte squilibrio nel rapporto costi-benefici tra attacco e difesa: sistemi intercettori molto costosi venivano infatti utilizzati contro mezzi estremamente economici. Anche le mine navali della serie Maham, in particolare le Maham-3 magnetiche e le più avanzate Maham-7, contribuivano a rendere i principali canali di transito marittimo, nei tratti più stretti, aree di elevata pericolosità per la navigazione mercantile.
La risposta americana: "blockade the blockaders" e i suoi limiti
Qui si tocca il nodo più significativo di tutta la crisi: la reazione statunitense e le ragioni tecniche del suo fallimento. Il Presidente Donald Trump rispose con un imperativo strategico tanto assertivo quanto difficile da tradurre sul campo: "blockade the blockaders", bloccare chi blocca. Sul piano operativo, ciò significò l'impiego della 31st Marine Expeditionary Unit e di otto cacciatorpediniere classe Aegis, uno spiegamento di forza impressionante sulla carta e coerente con quasi cinquant'anni di dottrina navale americana nel Golfo.
Eppure quello spiegamento nascondeva crepe profonde, in parte strutturali e in parte frutto di errori di pianificazione recenti. Poche settimane prima della crisi la Marina aveva ritirato dal Bahrein le sue uniche quattro unità cacciamine disponibili nel teatro, lasciando le rotte critiche prive di protezione proprio nel momento di massima esposizione. La portaerei USS Gerald Ford, che avrebbe dovuto garantire potenza aerea immediata, era ferma a Creta per riparazioni non programmate. E anche quando Washington mobilitò sistemi avanzati come le unità di sminamento Knifefish e Archerfish, questi strumenti, pur tecnologicamente sofisticati, non riuscirono a neutralizzare le migliaia di lanciatori mobili camuffati e dispersi lungo i monti Zagros, una minaccia diffusa e priva di un centro di gravità identificabile.
Questo è, in fondo, il cuore del fallimento strategico americano nel 2026: la dottrina navale classica, costruita per colpire flotte, capitali e catene di comando visibili, si ritrovò semplicemente priva di un obiettivo da colpire. Non esisteva una Baghdad da bombardare per chiudere la partita, non esisteva una flotta nemica da affondare in una nuova Praying Mantis. La superiorità convenzionale americana, per la prima volta in quasi mezzo secolo, si scontrò con un avversario che aveva smesso di combattere secondo le regole che Washington stessa aveva scritto negli anni Ottanta.
Lo shock macroeconomico globale
Le conseguenze si sono propagate ben oltre il Golfo, generando il più grande shock energetico dai tempi della crisi petrolifera del 1973. Un attacco drone ha devastato l'impianto di liquefazione di Ras Laffan in Qatar, azzerando il 17% della capacità globale di GNL, con tempi di ripristino stimati fino a cinque anni, una carenza strutturale impossibile da colmare nel breve periodo con qualsiasi combinazione di misure emergenziali.
Cina, India, Giappone e Corea del Sud hanno subito l'impatto più severo, importando storicamente circa l'80% del proprio fabbisogno energetico proprio attraverso Hormuz. Questo ha costretto i governi asiatici ad attivare i "Gas Shock Playbooks" e a imporre razionamenti industriali draconiani per evitare il collasso della produzione. Persino le rotte alternative pensate come valvole di sicurezza si sono rivelate inadeguate: gli oleodotti East-West saudita e ADCOP emiratino non sono riusciti a compensare la perdita di 21 milioni di barili al giorno, mentre il collasso delle coperture assicurative gestite dal mercato di Lloyd's di Londra ha finito per bloccare anche il traffico marittimo residuo che avrebbe potuto ancora transitare in sicurezza.
Juridical warfare: il diritto del mare come arma
Uno degli aspetti più sottili e meno raccontati della crisi del 2026 riguarda l'uso del diritto marittimo internazionale come strumento di coercizione, quella che gli analisti chiamano juridical warfare. Il terreno favorevole a questa guerra di carta è stato offerto dall'ambiguità stessa della Convenzione UNCLOS, che né gli Stati Uniti né l'Iran hanno mai ratificato, lasciando ampio margine interpretativo a entrambe le parti.
Washington ha sempre sostenuto la norma consuetudinaria del "transito di passaggio" (transit passage), che garantisce il movimento rapido e ininterrotto di qualsiasi nave, comprese quelle militari, attraverso gli stretti internazionali.
L'Iran, al contrario, ha imposto un'interpretazione deliberatamente restrittiva basata sul concetto di "passaggio inoffensivo" (innocent passage), rivendicando il diritto di sospendere il transito per motivi di sicurezza nazionale. È esattamente questa cornice giuridica selettiva ad aver legittimato, agli occhi di Teheran, il regime di Smart Control e le ispezioni coatte alle navi straniere.
Il risultato è stato paralizzante: questa guerra combattuta a colpi di articoli e convenzioni ha reso il Consiglio di Sicurezza dell'ONU praticamente impotente, incapace di produrre una risposta univoca. L'Iran ha così potuto mantenere una parvenza di legittimità internazionale agli occhi di potenze neutrali come la Cina, colpendo selettivamente solo gli asset occidentali senza mai attraversare la soglia di un'aggressione universalmente condannabile.
Prospettive future: de-occidentalizzazione e multipolarismo pragmatico
Il conflitto del 2026 sancisce il tramonto definitivo della Dottrina Carter e accelera quella che si può definire una vera de-westernization strategica del Golfo. Le monarchie arabe, percependo in tempo reale l'inadeguatezza dell'ombrello di sicurezza statunitense, si sono mosse rapidamente verso allineamenti mini-laterali e verso la mediazione di Cina e Russia. Pechino, in particolare, è emersa come l'unico attore davvero capace di negoziare rotte sicure con Teheran, trasformando il Golfo in un ordine multipolare dove l'egemonia americana appare ormai un ricordo più che una realtà operativa.
Da questa crisi emergono almeno tre direttrici di risposta strategica plausibili.
La prima è la resilienza distribuita: superare la dipendenza strutturale da Hormuz potenziando infrastrutture bypass capaci di gestire tra 10 e 12 milioni di barili al giorno verso il Mar Rosso e l'Oceano Indiano.
La seconda riguarda i sistemi autonomi: istituzionalizzare lo sminamento autonomo e la difesa anti-drone, basata su veicoli sottomarini senza pilota e tecnologie counter-swarm, come standard operativo permanente e non più come risposta emergenziale. La terza, forse la più ambiziosa, è la creazione di un forum di sicurezza multilaterale sul modello ASEAN, capace di includere sia l'Iran che il Consiglio di Cooperazione del Golfo in un'architettura condivisa di gestione del rischio, una sorta di "pace fredda" regolata da regole di ingaggio comuni piuttosto che dall'imposizione unilaterale.
la fine di un'egemonia
Lo Stretto di Hormuz nel 2026 è diventato il monumento funebre di un'idea: quella secondo cui la potenza navale, da sola, basti a garantire l'ordine globale. La Dottrina Carter, per quasi mezzo secolo pietra angolare della sicurezza energetica mondiale, si è scoperta impotente di fronte a sciami di droni economici, mine invisibili ai sonar e a una guerra combattuta anche sul terreno ambiguo del diritto internazionale.
Quello che resta non è il collasso totale, ma qualcosa di più inquieto: un mondo dove Washington deve imparare a condividere il tavolo con le potenze regionali e con i grandi consumatori asiatici, accettando che l'era dell'imposizione militare unilaterale è davvero finita. La crisi del 2026 dimostra in modo definitivo che la superiorità militare convenzionale non può più garantire da sola la sicurezza dei flussi energetici contro minacce asimmetriche e regimi di controllo selettivo come lo Smart Control iraniano. Al posto della forza bruta resta una stabilità fragile, tenuta insieme non più dalla deterrenza unilaterale, ma dalla diversificazione strutturale, dalla resilienza distribuita e dalla capacità, ancora tutta da costruire, di negoziare con un nemico che non si vede mai.
- Francesca
