La destra radicale in Europa: tra insicurezza strutturale ed effetto boomerang
La destra radicale cresce dove insicurezza, sfiducia e identità fragile rendono inefficaci tanto la sola repressione giuridica quanto il cordone sanitario, trasformando ogni tentativo di contenimento in nuovo carburante politico.

Lo scenario politico europeo non è attraversato da una semplice ondata di protesta, ma da un cambiamento più profondo della struttura stessa della competizione politica. L’ascesa della destra radicale va letta come un fenomeno ormai strutturale, capace di mettere in discussione alcuni dei pilastri su cui si è retto il dopoguerra europeo, dalla democrazia liberale allo Stato di diritto, fino al consenso antifascista che per decenni ha funzionato da cornice comune. Per chi osserva questi processi da un punto di vista istituzionale, non si tratta più soltanto di seguire l’andamento dei voti, ma di capire come stia cambiando il linguaggio politico con cui vengono ridefinite sovranità, appartenenza e integrazione.
Si possono individuare quattro aspetti tra loro collegati:
1) l’estensione del consenso elettorale nei principali paesi europei,
2) le cause più profonde legate all’insicurezza economica e al nazionalismo redistributivo,
3) la progressiva normalizzazione del linguaggio radicale nel dibattito pubblico,
4) il paradosso per cui gli strumenti giudiziari e istituzionali pensati per contenere queste forze finiscono spesso per rafforzarle.
In questo senso, sembra essersi chiusa la fase di relativa stabilità dei sistemi partitici novecenteschi, lasciando spazio a un contesto molto più fluido, in cui la sanzione legale non basta a sostituire una risposta politica credibile.
Il quadro generale: consenso e geografia
La distribuzione geografica del consenso mostra che la destra radicale ha ormai superato la soglia della marginalità, affermandosi anche nei paesi fondatori dell’Unione. Il caso dell’AfD in Turingia è emblematico: per la prima volta dal dopoguerra, un partito di estrema destra è arrivato in testa in un Land tedesco, rompendo un tabù che per lungo tempo era sembrato intoccabile. Non si tratta più di forze periferiche e residuali, ma di soggetti politici capaci di costruire una vera “formula vincente”, fondata sulla combinazione tra protezione sociale selettiva e nazionalismo identitario.
In Italia, Fratelli d’Italia e Lega raccolgono insieme un consenso molto ampio e sono già al governo. In Francia, il Rassemblement National resta una forza di opposizione ma con un orizzonte elettorale molto forte. In Austria, l’FPÖ si conferma un attore decisivo, spesso in posizione di possibile ago della bilancia. Nei Paesi Bassi, il Partito per la Libertà è riuscito a entrare nell’area di governo. In Svezia, i Democratici Svedesi sostengono l’esecutivo dall’esterno. In Germania, l’AfD continua a consolidarsi sia a livello federale sia nei Länder. In Portogallo, Chega è ormai una forza in crescita, difficile da considerare marginale.
Il loro successo mostra come la radicalizzazione non si esprima soltanto attraverso i partiti apertamente estremisti, ma anche tramite figure che, pur operando dentro il perimetro istituzionale, spostano il lessico politico verso posizioni più dure e polarizzanti.
Nel complesso, questa massa critica ha trasformato la destra radicale nel principale canale di sfogo della disillusione verso i partiti tradizionali, soprattutto nelle aree periferiche e post-industriali, dove molti elettori non si riconoscono più nei benefici della globalizzazione.
Le radici del malessere
Il malessere che alimenta questo spostamento politico non dipende da una sola causa, ma da una rete di insicurezze che si rafforzano reciprocamente. La frattura economica si intreccia con quella culturale e identitaria, erodendo la fiducia nel contratto sociale europeo. In molte società europee, una parte consistente dell’elettorato guarda con crescente favore a partiti anti-establishment, spesso collocati a destra, percepiti come più decisi delle élite tradizionali.
A questo si aggiunge il tema dello sciovinismo del welfare, cioè l’idea che il sistema di protezione sociale debba essere riservato ai membri della comunità nazionale e non possa essere esteso indistintamente agli altri. In questa prospettiva, il welfare smette di essere uno strumento universalistico e diventa una risorsa identitaria, da difendere contro chi viene percepito come esterno.
L’immigrazione irregolare agisce come detonatore di questo malessere diffuso. In diversi paesi europei, i sondaggi mostrano che il tema è considerato prioritario da una larga maggioranza dei cittadini. Episodi di cronaca particolarmente gravi vengono poi rapidamente assorbiti nel discorso politico e utilizzati per rafforzare la percezione di insicurezza, traducendosi in consenso per politiche più dure ed esclusive.
La crisi dei partiti tradizionali, sia di centrodestra sia di centrosinistra, deriva in buona parte dall’incapacità di rispondere a questa domanda di sicurezza e appartenenza. Anche formazioni eterodosse della sinistra radicale, in alcuni casi, sono riuscite a intercettare lo stesso scontento mescolando proposte sociali con posizioni conservatrici. Questo dimostra che il disagio attraversa ormai tutto l’arco politico e non si lascia più leggere con gli schemi classici destra-sinistra.
Effetto boomerang e contenimento
L’effetto boomerang si verifica quando le sanzioni istituzionali, in assenza di un consenso morale largamente condiviso, non vengono percepite come atti di giustizia, ma come strumenti di persecuzione politica. In questi casi si attiva una dinamica di delegittimazione reciproca: se il sistema appare già compromesso, la punizione non conferma la colpa dell’accusato, ma rafforza l’idea che l’intero impianto sia corrotto.
Il caso di Marine Le Pen è particolarmente indicativo. La sua condanna per appropriazione indebita di fondi europei, arrivata in primo grado nel marzo 2025 e confermata in appello il 7 luglio 2026, ha mostrato con chiarezza i limiti della risposta giudiziaria. Questo ha spinto il partito a puntare su Jordan Bardella, che ha potuto raccogliere l’eredità politica e trasformare la sentenza in una narrazione di martirio. Inoltre, il Rassemblement National aveva già costruito per anni la propria credibilità elettorale presentandosi come il partito delle “mani pulite” rispetto agli scandali degli altri, e la condanna rischia di rovesciare proprio questa immagine, alimentando la retorica del complotto e della persecuzione.
In Germania, l’ipotesi di dichiarare l’AfD incostituzionale in base all’articolo 21 della Legge Fondamentale è altrettanto problematica. Un eventuale fallimento del procedimento offrirebbe al partito una sorta di certificazione di legittimità, mentre un successo potrebbe radicalizzare ulteriormente una parte consistente dell’elettorato, che si sentirebbe privata del proprio diritto di rappresentanza. In entrambi i casi, il rischio politico è altissimo.
Anche il cordone sanitario, applicato per anni nei confronti dell’estrema destra, ha mostrato i suoi limiti. In diversi contesti, l’esclusione sistematica non ha indebolito queste forze, ma le ha rese ancora più credibili come unica vera alternativa al sistema. Quando un partito viene tenuto fuori da ogni possibilità di governo per lungo tempo, può facilmente presentarsi come vittima di un meccanismo elitario e chiuso.
L’erosione dei valori europei
L’ascesa della destra radicale non sta soltanto spostando i rapporti di forza elettorali, ma sta erodendo dall’interno anche il quadro valoriale europeo. Non si assiste tanto a una distruzione frontale dell’Unione, quanto alla costruzione progressiva di un modello alternativo di integrazione, più nazionalista e meno solidaristico. Nel Parlamento europeo è nato anche un nuovo gruppo politico che si colloca apertamente contro il Green Deal, contro la migrazione e contro la cessione di sovranità a Bruxelles, rivendicando il ritorno delle competenze agli Stati nazionali. Al suo interno non sono mancati episodi e dichiarazioni che hanno suscitato forti polemiche per i loro toni estremi.
Questa traiettoria si lega a una più ampia securitizzazione della politica migratoria europea. La proposta di creare hotspot esterni, insieme alla crescente enfasi sui rimpatri forzati, sposta la gestione dei flussi da una logica di accoglienza a una di esclusione e difesa dei confini. Il rischio è che la tutela delle frontiere finisca per prevalere sulla protezione dei diritti fondamentali, proprio mentre il nuovo Patto su migrazione e asilo entra in vigore.
Gli effetti politici di questo processo si vedono almeno su tre piani.
Il primo riguarda il centrodestra tradizionale, che ha già ammorbidito o sospeso alcuni pilastri del proprio programma, a cominciare dal Green Deal, per evitare di perdere consenso.
Il secondo è la normalizzazione strategica: da anni, soprattutto in alcuni contesti nazionali, il linguaggio della destra radicale viene progressivamente assunto dai moderati nel tentativo di neutralizzarlo, ma finisce spesso per legittimarlo.
Il terzo elemento è rappresentato dalle fratture interne alla stessa destra radicale, che pur condividendo molti programmi e molte strategie, resta vulnerabile a divergenze ideologiche e rivalità nazionali. In questo quadro si colloca anche il caso di Roberto Vannacci, il quale, pur appartenendo all'area di destra che dovrebbe sostenere l'attuale governo, si posiziona in netta contrapposizione rispetto ai partiti di maggioranza, distinguendosi per un profilo più radicale e polarizzante. Nonostante questa collocazione di aperta opposizione interna al proprio campo politico, Vannacci sta progressivamente guadagnando terreno e visibilità. Le sue posizioni su immigrazione, identità nazionale, diritti civili e ordine sociale hanno infatti avuto un forte impatto mediatico e politico, proprio perché hanno intercettato un segmento di elettorato sensibile a messaggi anti-establishment e identitari.
So what?
La tesi di fondo è chiara: la demonizzazione e la sanzione giuridica non bastano a fermare una trasformazione sociale così profonda. Se non si comprendono i meccanismi di legittimazione e non si offrono risposte credibili all’insicurezza strutturale, l’effetto boomerang continuerà a rafforzare proprio le forze che si vorrebbero contenere.
Non siamo di fronte a un semplice voto di protesta, ma a una visione del mondo coerente, fondata su nazionalismo identitario e sciovinismo del welfare. Inoltre, il cordone sanitario ha spesso fallito, perché l’esclusione sistematica ha rafforzato l’immagine di queste forze come unica alternativa possibile. Infine, il vittimismo resta un capitale politico potentissimo in un contesto di sfiducia diffusa verso le istituzioni: ogni sanzione può essere trasformata in prova di persecuzione.
In definitiva, la resilienza della democrazia europea non dipenderà soltanto dalla forza delle corti o dagli strumenti giuridici disponibili, ma dalla capacità della politica tradizionale di recuperare la rappresentanza dei gruppi sociali che si sentono esclusi dalla globalizzazione. Solo una narrativa capace di tenere insieme sicurezza, identità e benessere sociale potrà contrastare davvero la destra radicale senza scivolare nella logica dell’esclusione.
- Francesca
