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20 agosto 2026🌍 Dove va il Mondo

Quando la natura incontra la disuguaglianza: il terremoto del Chocó come disastro sociale e politico

La mortalità nei disastri naturali non è distribuita casualmente, ma segue con precisione le linee della disuguaglianza economica.

Quando la natura incontra la disuguaglianza: il terremoto del Chocó come disastro sociale e politico
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I disastri ambientali non possono mai essere spiegati come semplici “atti di natura”. Essi sono fenomeni sociali, politici e culturali, dove la magnitudo del danno e la distribuzione della mortalità seguono con precisione chirurgica le linee di faglia della povertà e della disuguaglianza. La letalità di un sisma rivela la vulnerabilità strutturale di una nazione. Dove regna la povertà e le istituzioni sono fragili, l’energia sismica non si limita a scuotere il suolo, ma demolisce le fondamenta stesse della resilienza umana.

Mentre la scossa sismica (la magnitudo) è un fatto geologico, il disastro sismico (il numero di morti, il collasso delle infrastrutture, l’interruzione dei soccorsi) è il risultato diretto di scelte politiche e amministrative. Il terremoto del 10 agosto 2026 in Colombia ne è un esempio. Decostruire la componente “naturalistica” dell’evento per esaminare i fattori sistemici che trasformano un rischio geologico in una strage annunciata significa comprendere che la povertà e la cattiva amministrazione dello Stato non si limitano a fare da cornice alla catastrofe, ma sono le vere cause strutturali che la provocano.

La De-naturalizzazione del Disastro: il Ruolo della "Vulnerabilità Sociale"

Dallo studio dell’economia dello sviluppo e della sociologia contemporanea emerge che un disastro non viene considerato come una conseguenza inevitabile di un evento naturale, ma come il risultato dell’interazione tra un pericolo fisico e le condizioni sociali, economiche e istituzionali delle comunità colpite. Terremoti, alluvioni e siccità diventano quindi catastrofi soprattutto quando interessano popolazioni povere, esposte e prive di adeguati strumenti di protezione.

Nel 2016, la Banca Mondiale ha introdotto il concetto di rischio di benessere, elaborato dall’economista Stéphane Hallegatte e dal suo team. L'obiettivo era quello di superare la tradizionale valutazione dei danni ambientali basata esclusivamente sul valore monetario degli asset distrutti. Questo criterio, infatti, sovrastimava i danni nei quartieri ricchi e sottostimava i danni nelle aree povere. Sebbene i beni dei primi abbiano un valore di mercato maggiore, i proprietari spesso posseggono assicurazioni e risparmi, risultando così più tutelati rispetto alle famiglie povere, per le quali la perdita della casa e degli strumenti di lavoro può significare la distruzione dell’intero patrimonio e l’ingresso in una trappola di povertà.

Il rischio di benessere legato ai danni ambientali viene suddiviso in quattro componenti basilari:

  1. Pericolo → la probabilità e l’intensità del fenomeno naturale
  2. Esposizione → la presenza di persone, abitazioni e infrastrutture nelle zone colpite
  3. La Vulnerabilità degli asset → la quota di ricchezza che può essere distrutta
  4. la Resilienza socioeconomica → la capacità di una comunità e delle istituzioni di attutire l’urto e riprendersi.

Più c’è povertà e disuguaglianza all’interno di un paese o regione più si riduce la resilienza e aumenta la vulnerabilità.

La maggior parte degli economisti utilizza il coefficiente di Gini come strumento statistico per misurare la disuguaglianza nella distribuzione del reddito all’interno di una popolazione. Il coefficiente di Gini non è altro che un indice che varia su una scala da 0 a 1 in cui i valori più elevati indicano una maggiore disuguaglianza economica. La città colombiana di Quibdó capoluogo del Chocó, una delle zone più colpite dal terremoto di magnitudo 7.4 del 10 agosto ha un coefficiente di Gini pari a 0,555 superando la già elevata media nazionale della Colombia che si attesta a 0,531. Questo evidenzia che a Quibdó si assiste a una polarizzazione della ricchezza, concentrata in pochissime mani rispetto al resto del paese.

Il coefficiente di Gini diventa, quindi, un criterio fondamentale per dimostrare come la disuguaglianza conta più della povertà media nel determinare l'impatto di una catastrofe.

La disuguaglianza socioeconomica distribuisce il rischio di catastrofe in modo profondamente asimmetrico, concentrandolo soprattutto sulle fasce più povere della popolazione. Le famiglie con minori risorse sono spesso escluse dalle aree più sicure e meglio urbanizzate e, per mantenere l’accesso al lavoro e ai servizi essenziali, sono costrette a vivere su pendii instabili, in zone soggette ad alluvioni o in periferie prive di infrastrutture adeguate.

A questa maggiore esposizione si aggiunge la fragilità delle abitazioni. La mancanza di risorse economiche favorisce infatti l’autocostruzione e l’impiego di materiali poco resistenti, aumentando il rischio di crolli e, di conseguenza, il numero delle vittime.

Le conseguenze di un disastro naturale, tuttavia, non si limitano alle perdite immediate. La distruzione delle abitazioni e delle infrastrutture può costringere le famiglie a ridurre i consumi alimentari e interrompere la frequenza scolastica dei figli. Queste condizioni compromettono la salute, lo sviluppo e le future opportunità lavorative dei bambini, determinando una perdita di capitale umano e contribuendo alla trasmissione della povertà alle generazioni successive.

Il concetto di rischio di benessere permette quindi di valutare non solo il valore economico dei beni distrutti, ma anche la distribuzione sociale delle perdite, le conseguenze sulla salute e sull’istruzione e la possibilità che il disastro produca impoverimento e vulnerabilità nel lungo periodo.

Il confronto tra il terremoto di Haiti e del Cile nel 2010 è l’esempio lampante di questi concetti descritti. Un sisma di magnitudo 7,0 ad Haiti ha causato oltre 222.000 vittime, mentre un terremoto di magnitudo 8,8 in Cile, circa 500 volte più energetico, ne ha provocate 562. Si stima che la vulnerabilità sociale di Haiti fosse circa 125.000 volte superiore a quella del Cile, misurata in termini di vittime per unità di energia sismica rilasciata.

Il sisma Turchia-Siria del 2023 conferma che oltre il 90% della popolazione mondiale esposta a rischi sismici elevati vive in costruzioni informali. Nelle aree siriane colpite, dodici anni di conflitto avevano ridotto circa il 90% della popolazione in povertà, distrutto la capacità amministrativa e costretto milioni di sfollati in insediamenti informali. Gli edifici, privi di controlli e materiali idonei, collassarono immediatamente.

Caso di Studio: Il Terremoto in Colombia del 10 Agosto 2026

Il terremoto di magnitudo 7,4 che ha colpito il dipartimento del Chocó, nella Colombia occidentale, il 10 agosto 2026 conferma la validità del modello. Questa catastrofe è l’incontro tra l’instabilità geofisica della regione e la vulnerabilità strutturale sociale radicata in decenni di abbandono statale e sotto-investimento.

Il Chocó presenta livelli molto elevati di povertà, mentre nella sua capitale, Quibdó, la distribuzione del reddito risulta estremamente diseguale. Il risultato è che una parte consistente della popolazione vive in condizioni abitative precarie, in aree esposte a frane e alluvioni e con un accesso limitato ai servizi essenziali. Le famiglie più povere sono spesso costrette a insediarsi in zone marginali e a ricorrere all’autocostruzione, realizzando edifici con materiali poco resistenti e senza adeguati criteri antisismici.

Alla fragilità delle abitazioni si aggiungono infrastrutture insufficienti, servizi pubblici carenti e difficoltà nell’accesso a risparmi, credito e assicurazioni. La povertà limita la capacità delle famiglie di prevenire il danno, affrontare l’emergenza e ricostruire dopo il sisma.

Questa situazione è il prodotto di una lunga storia di marginalizzazione. Il conflitto armato, gli sfollamenti forzati, la violenza e la debole presenza dello Stato hanno compromesso per decenni la stabilità economica e sociale del Chocó. Di conseguenza, si è ridotta la capacità di accumulare capitale pubblico e privato, investire in infrastrutture e costruire abitazioni sicure. Il terremoto ha portato alla luce tutte queste problematiche aggravando disuguaglianze già radicate.

La Colombia dispone di una normativa antisismica tecnicamente avanzata, la NSR-10. Tuttavia, nel Chocó rurale il rispetto di tali standard rimane difficile da garantire. Molte famiglie non dispongono delle risorse necessarie per acquistare materiali certificati, commissionare perizie geotecniche o affidarsi a professionisti per la progettazione degli edifici. In assenza di sussidi pubblici e assistenza ingegneristica, la normativa è rispettata e accessibile solo nelle aree urbane delle fasce di popolazione con redditi più stabili. Si ha così una distanza rilevante anche sul piano legislativo dove la sicurezza prevista dalla legge non è effettivamente disponibile su tutto il territorio.

A questa situazione disastrosa si aggiunge un altro elemento: la corruzione. La UNGRD (Unidad Nacional para la Gestión del Riesgo de Desastres), l’ente colombiano responsabile della pianificazione e della prevenzione dei disastri, è stata coinvolta in gravi episodi di corruzione e inefficienza amministrativa. Le indagini hanno riguardato, tra gli altri, l’ex direttore Olmedo López e l’ex vicedirettore Sneyder Pinilla, accusati di aver partecipato alla gestione irregolare di contratti pubblici. Questa crisi si è tradotta in una ridotta capacità operativa, in ritardi nell’attuazione degli interventi e in un insufficiente finanziamento delle attività di prevenzione.

In questo quadro, la corruzione non costituisce semplicemente un problema finanziario o amministrativo. La sottrazione o il mancato impiego dei fondi destinati alla prevenzione può impedire la realizzazione di opere di consolidamento, sistemi di allerta, mappe del rischio, piani di evacuazione e interventi di protezione delle abitazioni. Essa diventa quindi un fattore che accresce concretamente la vulnerabilità e, dunque, il rischio di mortalità.

Una buona governance è un elemento essenziale per ridurre gli effetti umani ed economici delle catastrofi. Il caso del Chocó mostra come una normativa tecnica avanzata non sia sufficiente se le istituzioni non dispongono delle risorse, della trasparenza e della capacità operativa necessarie per applicarla in modo effettivo.

Ricostruzione e rischio di impoverimento

La ricostruzione può favorire temporaneamente alcuni indicatori macroeconomici nazionali. L’aumento della spesa pubblica e degli investimenti nei settori dell’edilizia, del cemento e dei materiali da costruzione può infatti contribuire alla crescita del PIL. Tuttavia, un possibile miglioramento dei dati aggregati non coincide necessariamente con un recupero delle condizioni di vita delle comunità colpite.

Il principale rischio riguarda il cosiddetto recovery bias: la tendenza a concentrare i fondi e gli interventi di ricostruzione nelle città, nelle aree commerciali e nei territori con maggiore visibilità politica o capacità amministrativa. Se questo accadesse, il Chocó rurale, comprese le comunità indigene, potrebbe ricevere interventi tardivi o insufficienti, con il risultato di aggravare ulteriormente le disuguaglianze territoriali.

Questa catastrofe può generare una trappola della povertà.
In primo luogo, la perdita di abitazioni, reddito e accesso al credito può spingere le famiglie a vendere terra, bestiame, attrezzi e altri beni produttivi per soddisfare necessità immediate. Questa dilapidazione forzata riduce la loro capacità futura di generare reddito e può trasformare un danno temporaneo in impoverimento duraturo.

In secondo luogo, la riduzione del reddito si traduce in riduzione dei consumi alimentari e dell’interruzione della frequenza scolastica. Queste decisioni obbligate possono compromettere la salute, lo sviluppo e le opportunità lavorative future dei bambini, producendo una perdita di capitale umano con effetti intergenerazionali.

Infine, la distruzione delle attività commerciali, delle reti di trasporto e delle infrastrutture può indebolire l’intera economia locale, riducendo l’occupazione e rallentando la ripresa. Il caso dell’Aquila, dopo il terremoto del 2009, mostra come un evento sismico possa incidere a lungo sul numero delle imprese attive e sui livelli occupazionali. Nel Chocó, dove la copertura assicurativa e l’accesso al credito sono più limitati, questi effetti potrebbero risultare ancora più difficili da assorbire.

E la visita di Shakira?

Il disastro in Colombia non è un'eccezione, ma il risultato prevedibile di una disuguaglianza storica e di un fallimento istituzionale.

La solidarietà pubblica può contribuire a mantenere alta l’attenzione sulla popolazione colpita. La visita di Shakira e il sostegno offerto alla comunità del Chocó ne sono un esempio significativo. Tuttavia, gli interventi individuali e gli aiuti esterni senza controlli indipendenti e meccanismi trasparenti di distribuzione, rischiano di essere assorbiti dalle élite potenti e corrotte, invece di raggiungere le popolazioni più vulnerabili.

Non è possibile controllare la natura (per fortuna), ma si può limitare il rischio attraverso abitazioni più sicure, infrastrutture adeguate, sistemi di allerta efficienti, protezione sociale e istituzioni responsabili. È più facile a dirsi che a farsi, ma solo agendo su queste condizioni strutturali si può evitare che uno shock fisico si trasformi in una crisi umanitaria ed economica di lunga durata.

- Francesca

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