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24 agosto 2026🌍 Dove va il Mondo

Pechino non ha solo il robot più veloce del mondo. Sta scrivendo le regole del prossimo secolo

Dai Giochi Olimpici dei robot alla corsa agli standard globali: i cinque livelli della strategia cinese che nessuno sta raccontando.

Pechino non ha solo il robot più veloce del mondo. Sta scrivendo le regole del prossimo secolo
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Sabato 22 agosto, al National Speed Skating Oval di Pechino, un robot ha battuto il record di Usain Bolt correndo i 100 metri in 9,39 secondi. Poco dopo, un secondo robot ha corso in 9,47 secondi. Il record di Usain Bolt di 9,58 è stato battuto dopo diciassette anni di tentativi da due macchine bipedi. La gara di corsa è solo il primo evento di apertura della seconda edizione dei World Humanoid Robot Games di Pechino. La scelta delle sedi per questa edizione non è casuale. Il National Speed Skating Oval e il Bird's Nest sono gli stessi impianti costruiti per le Olimpiadi invernali del 2022 e quelle estive del 2008. Il messaggio che Pechino sta mandando al mondo intero è chiaro: il futuro si corre qui.

I numeri di questa seconda edizione sono esorbitanti. Nella prima edizione, appena un anno fa, si erano presentate 280 squadre con 500 robot da 16 paesi. Quest'anno i team sono 666, i robot 2.056, i paesi partecipanti sempre 16, distribuiti su 51 discipline diverse per un totale di più di mille incontri in cinque giorni.

L'errore da non fare? Condividere questo spettacolo come curiosità tecnologica e andare avanti. Quello che sta succedendo a Pechino va letto come una matrioska: il record di Bolt, pur essendo il livello più visibile, è anche il meno importante. Partendo dallo spettacolo che genera stupore globale, si scende verso la scrittura delle regole tecniche che governeranno il settore. Poi si arriva al controllo dei materiali fisici (magneti, terre rare) che rendono possibile la costruzione di ogni singolo robot. Ancora più sotto c'è l'urgenza demografica che spiega la fretta cinese. E nell'ombra più profonda, le possibili applicazioni militari che tutti sanno ma nessuno dice.

Il manuale cinese di soft power applicato alla robotica

Il termine "soft power" è stato coniato dal politologo statunitense Joseph Nye alla fine degli anni Ottanta. Per soft power si intende la capacità di un paese di ottenere ciò che vuole non attraverso la coercizione militare o il denaro, ma attraverso l'attrazione, la cultura, le idee, i valori. La Cina, nella sua ascesa sull'arena mondiale, ha sempre trattato il soft power come una leva strategica al pari dell'economia. Oggi continua a farlo, e lo applica alla robotica.

Riutilizzare le sedi olimpiche non è una scelta dettata dalla comodità logistica, e nemmeno da una forma di nostalgia. È narrazione pura. Il National Speed Skating Oval che ha ospitato i pattinatori nel 2022 e il Bird's Nest che ha celebrato gli atleti nel 2008 ora accolgono robot che corrono, saltano, giocano a calcio. Si vuole evocare continuità. La Cina non è solo una potenza sportiva o organizzativa, ma è anche una potenza tecnologica, e lo dimostra negli stessi luoghi che il mondo ha già imparato ad associare alla sua ascesa globale.

La notizia del record sui 100 metri si è trasformata in un fenomeno virale globale nel giro di poche ore. Nessuno ha obbligato i media internazionali a parlarne: l'hanno fatto perché lo spettacolo generava curiosità, attenzione, click. Questo è il soft power nella sua essenza: ottenere visibilità senza coercizione.
La Cina ha ancora una volta raggiunto il suo obiettivo.

Inoltre c'è un'evoluzione cruciale tra la prima edizione del 2025 e quella del 2026. L'anno scorso, quando i robot cadevano, si bloccavano o inciampavano in modo involontariamente comico, testate come il Guardian e Deutsche Welle avevano celebrato lo spettacolo ma sollevato dubbi sulla reale utilità pratica di questa tecnologia. Pechino ha ascoltato. Quest'anno ha introdotto 21 nuove prove "a scenario reale": robot che rifanno letti in un vero hotel, che gestiscono bagagli, che assemblano pezzi in catene di montaggio simulate, che rispondono a scenari di soccorso. Il messaggio implicito è chiaro: non sono giocattoli, ma lavoratori pronti all'impiego.

C'è però un dettaglio da non sottovalutare. Nella prova hotel, i robot ricevono punteggio doppio se completano i compiti in totale autonomia, e punteggio dimezzato se vengono guidati a distanza da un operatore umano. È un modo elegante per ammettere che in alcuni casi buona parte di questa tecnologia dipende ancora dal controllo remoto.

In parallelo ai Giochi, dal 19 al 23 agosto, si svolge la World Robot Conference. Oltre 300 espositori (in crescita del 36% sull'anno scorso), più di 150 lanci mondiali di nuovi prodotti, e per la prima volta un padiglione dedicato interamente alle aziende statali cinesi, esattamente 49 imprese pubbliche che espongono insieme dodici applicazioni diverse. Se i Giochi sono il palco, la Conference è il motore commerciale: è qui che l'attenzione generata dallo spettacolo si trasforma in credibilità industriale misurabile, in contratti, in partnership. È il soft power che diventa business.

Dall'ammirazione alla regola: chi scrive gli standard comanda il mercato

C'è un principio semplice nella storia della tecnologia industriale: chi definisce lo standard, controlla il mercato. Non è un caso che gli Stati Uniti abbiano dominato l'informatica per decenni grazie a Windows e ai protocolli internet, o che l'Europa abbia provato a imporre le sue regole sulla privacy digitale con il GDPR, obbligando di fatto le aziende di tutto il mondo ad adeguarsi. Chi scrive lo standard, decide cosa è "giusto" e cosa non lo è.

Ed è qui che entra in gioco il secondo livello della strategia cinese. A fine febbraio 2026, Pechino ha pubblicato HEIS 2026: il primo sistema nazionale di standard al mondo dedicato interamente ai robot umanoidi e all'intelligenza artificiale incarnata. Redatto da oltre 120 istituti di ricerca e aziende cinesi sotto la supervisione del Ministero dell'Industria, il documento definisce i pilastri che vanno dai componenti meccanici fino ai criteri etici e di sicurezza. L'obiettivo è spingere questi standard nazionali dentro l'ISO (International Organization for Standardization) e l'IEC (International Electrotechnical Commission), le due organizzazioni che stabiliscono le norme tecniche globali riconosciute da tutti i paesi industrializzati.

Non è un'ambizione astratta. È già realtà. Nell'aprile 2026 la Cina ha ottenuto la guida del primo gruppo di lavoro ISO per un dataset di robot umanoidi, il primo standard internazionale del settore, presieduto per la prima volta da un esperto cinese. Gli standard ISO e IEC sono volontari ma diventano de facto obbligatori: se un'azienda vuole vendere i propri prodotti su mercati internazionali, deve rispettare questi standard. Se la Cina riesce a far adottare i propri standard nazionali (come HEIS 2026) come standard ISO/IEC globali, ottiene un vantaggio competitivo enorme: le aziende cinesi sono già allineate a quelle regole, mentre le aziende occidentali devono adattarsi, investendo tempo e denaro. Quindi mentre il mondo guarda i robot che giocano a calcio e corrono sui 100 metri, Pechino sta scrivendo, in silenzio, il manuale di regole che l'intero settore userà nei prossimi vent'anni. Interfacce di comunicazione tra sensori, protocolli di sicurezza, metriche per definire cosa significa "un robot efficiente" in fabbrica o in una casa di riposo; tutto passerà da quelle regole. E chi le scrive, comanda il mercato.

Ed ecco la trappola per i sedici paesi che hanno portato le proprie squadre ai Giochi di Pechino. Ogni team sta testando i propri software su robot, sensori e componenti prodotti in Cina. Sembrerebbe una scelta neutra, dettata dalla praticità. Ma è proprio questo il punto: abituandosi a questo ecosistema, questi paesi stanno creando una dipendenza tecnologica graduale e difficile da sciogliere.

È lo stesso schema che l'Occidente ha già vissuto con gli smartphone e le reti 5G. All'inizio, scegli un ecosistema perché è il più economico e performante sul mercato. Poi, quando provi a cambiare, scopri che il costo della transizione è altissimo: devi riscrivere software, riconvertire infrastrutture, formare di nuovo il personale. La dipendenza tecnologica nasce da una comodità che, col tempo, diventa strutturale.

Chi organizza la competizione definisce cosa significa "robot efficiente". Stabilisce le metriche di prestazione, i protocolli di comunicazione, i criteri di sicurezza. E quelle metriche, una volta normalizzate, diventano lo standard industriale de facto. Il soft power della robotica si trasforma, passo dopo passo, in hard power delle regole tecniche.

La vera arma non è il software, è il magnete

Negli Stati Uniti si parla molto dei modelli di intelligenza artificiale che fanno "pensare" i robot. Ma un robot umanoide non è fatto solo di algoritmi: è fatto di attuatori che muovono le articolazioni, di riduttori armonici che trasformano la rotazione dei motori in movimento controllato, di sensori di coppia che permettono al robot di "sentire" quanta forza sta applicando, e soprattutto di magneti permanenti costruiti con terre rare.

Ed è qui che la partita cambia completamente scenario.

La Cina controlla oggi circa il 60% dell'estrazione mondiale di terre rare, il 90% della loro raffinazione, e, dato ancora più clamoroso, il 94% della produzione mondiale di magneti permanenti, quelli che servono per far funzionare qualsiasi motore elettrico avanzato, compresi quelli dei robot umanoidi. Da aprile 2025 Pechino ha introdotto un sistema di licenze all'esportazione così stringente che qualsiasi magnete prodotto in qualunque parte del mondo, se contiene anche solo lo 0,1% di terre rare di origine cinese, richiede un'autorizzazione del governo cinese per essere esportato. Non serve possedere la miniera, basta che la componente chimica sia rintracciabile fino alla Cina, e Pechino ha voce in capitolo su dove finisce quel prodotto.

Questa regola è stata sospesa temporaneamente fino a novembre 2026 dopo l'accordo tra Trump e Xi Jinping a Busan, ma resta una spada di Damocle sopra l'intera industria robotica occidentale. Significa che, in teoria, la Cina potrebbe strozzare la produzione di robot umanoidi americani o europei semplicemente bloccando l'export dei materiali che li fanno muovere, indipendentemente da chi possiede il brevetto del software più intelligente.

C'è poi un vantaggio più prosaico ma altrettanto decisivo: la geografia industriale. Attorno a Hangzhou, dove ha sede Unitree, l'azienda cinese di robot umanoidi che ha dominato la prima edizione dei Giochi con undici medaglie e che ad agosto 2026 è stata quotata in borsa a Shanghai con una valutazione esplosa a 66 miliardi di dollari, e nell'area di Pechino-Shenzhen si è formata negli anni una densità di fornitori di motori, ingranaggi e componenti che nessun altro paese al mondo può replicare in tempi brevi. Quando un'azienda cinese vuole modificare un prototipo, i fornitori sono a un'ora di macchina; quando un'azienda americana vuole fare lo stesso, spesso deve aspettare settimane che i pezzi arrivino dall'Asia. Questa vicinanza fisica si traduce in cicli di sviluppo più rapidi e costi più bassi, un vantaggio competitivo che nessuna quantità di capitale di venture capital della Silicon Valley può comprare dall'oggi al domani.

Ed è proprio questa autosufficienza manifatturiera a rendere possibile il prossimo livello della strategia cinese. Costi di produzione così bassi permettono una scalabilità di massa che sarà cruciale per affrontare l'emergenza demografica del paese. Ma questo è un altro capitolo della storia.

Il vero motivo per cui la Cina ha fretta

Se dovessimo indicare la ragione più urgente, più concreta e meno spettacolare dietro tutta questa corsa ai robot umanoidi, non sarebbe l'orgoglio nazionale né la voglia di stupire il mondo. Sarebbe un numero demografico spaventoso: la popolazione in età lavorativa cinese, che ha toccato il picco di un miliardo di persone nell'ultimo decennio, è destinata a scendere a soli 300 milioni entro la fine del secolo. Solo nel prossimo decennio, la forza lavoro potrebbe restringersi di 37 milioni di persone, lasciando un vuoto occupazionale paragonabile all'intera forza manifatturiera di Germania e Giappone messe insieme.

Ed ecco perché le 21 nuove prove "a scenario reale" introdotte quest'anno ai Giochi (hotel, fabbriche, magazzini, assistenza) non sono un dettaglio di contorno, ma il cuore pulsante dell'intera operazione. Non si tratta di uno showcase tecnologico. Si tratta di una fiera di soluzioni pratiche per un paese che sta invecchiando a una velocità senza precedenti nella storia economica moderna.

Le stime di Barclays sono chiare: i robot umanoidi potrebbero compensare tra il 40% e il 60% del declino della forza lavoro cinese entro il 2035, con uno stock cumulativo di robot che potrebbe arrivare a 24 milioni di unità, l'equivalente di quasi il 4% dell'intera forza lavoro nazionale. Non è fantascienza: la Cina ha già installato oltre due milioni di robot industriali, più della metà di tutti quelli installati nel mondo nel solo 2024.

Inoltre il vantaggio storico della Cina come "fabbrica del mondo" si basava su manodopera abbondante e a basso costo. Con l'invecchiamento della popolazione, quel vantaggio rischia di scivolare verso paesi con popolazioni più giovani, come India o Vietnam. Se Pechino riesce a schierare milioni di umanoidi economici nelle proprie fabbriche prima che la carenza di lavoratori diventi un freno strutturale alla crescita, può mantenere lo status di superpotenza manifatturiera globale nonostante la crisi demografica, aggirando quella che sembrava una trappola ineluttabile della storia economica.

L'atleta di oggi è il soldato di domani

E qui si apre il ponte verso l'ultimo livello, quello più oscuro. La stessa agilità, la stessa autonomia sviluppata per compiti industriali e domestici ( assemblare pezzi, rifare letti, gestire magazzini) è tecnicamente indistinguibile da quella richiesta in scenari operativi militari. Un robot che sa navigare in una fabbrica affollata senza collidere con gli operai umani sa anche navigare in un teatro di guerra urbano. Un robot che sa sollevare carichi pesanti in un magazzino sa anche trasportare equipaggiamento militare. La tecnologia è la stessa, cambia solo il contesto in cui viene impiegata.

A metà agosto 2026, Reuters ha pubblicato un'inchiesta che ha rivelato come i celebri robot-cane di Unitree siano stati sviluppati partendo da innovazioni originariamente finanziate dal Pentagono attraverso programmi di ricerca militare americana. Una situazione descrivibile come paradossale.

Non stupisce, quindi, che il Pentagono abbia inserito Unitree nella sua lista ufficiale di aziende considerate "contributrici alla base industriale della difesa cinese". Una designazione che non equivale a una sanzione formale, ma che limita pesantemente l'uso futuro della tecnologia dell'azienda da parte delle forze armate americane.

La preoccupazione di Washington non è astratta.

La Federal Communications Commission (FCC), l'agenzia statunitense che regola le telecomunicazioni, ha citato esplicitamente un altro pericolo: robot a basso costo prodotti in Cina potrebbero raccogliere dati in tempo reale (mappe di ambienti interni, abitudini degli utenti, informazioni sensibili) e trasmetterli ai sistemi di intelligenza artificiale cinesi. In questo modo, ogni robot venduto diventerebbe, potenzialmente, un nodo di una rete di sorveglianza capillare e silenziosa, che alimenta lo sviluppo militare e di intelligence di Pechino.

La reazione del Congresso americano è stata rapida. Nel marzo 2026, due senatori hanno proposto una legge per vietare al governo federale di acquistare o utilizzare robot umanoidi di produzione cinese. Pochi mesi dopo, la Camera dei Rappresentanti ha approvato una norma, inserita nella legge annuale sulla difesa (NDAA) , che vieta al Pentagono di procurarsi sistemi robotici "collegati ad avversari stranieri designati" ovvero Cina, Russia e Iran.

La risposta cinese non si è fatta attendere. Pechino ha reagito alle restrizioni americane usando la propria arma più potente: il controllo sulle terre rare. Il governo cinese ha aggiunto alle proprie liste di controllo sulle esportazioni proprio quelle aziende statunitensi che Washington sta finanziando per sviluppare alternative alle terre rare cinesi; in altre parole, le aziende americane che stanno cercando di costruire una filiera indipendente dal monopolio di Pechino.

Il paradosso è quasi ironico: queste aziende hanno bisogno, nella fase di transizione, di materiali e componenti che arrivano ancora dalla Cina, perché non esiste una filiera completamente alternativa. Costruire miniere, impianti di raffinazione e fabbriche di magneti fuori dalla Cina richiede anni, non mesi. E Pechino lo sa. Bloccando l'export proprio a queste aziende, la Cina sta tagliando il ponte che gli Stati Uniti stanno costruendo per rendersi indipendenti.

Da una parte, gli Stati Uniti vietano i robot cinesi per motivi di sicurezza. Dall'altra, la Cina blocca l'export di terre rare alle aziende americane che cercano alternative. Ogni mossa genera una contro-mossa, in un'escalation che si autoalimenta: più Washington restringe l'accesso alla tecnologia cinese, più Pechino usa il proprio monopolio sui materiali critici per colpire chi cerca di liberarsene. La partita si gioca su più tavoli contemporaneamente, e nessuno dei due sta facendo un passo indietro.

Va comunque ribadito che gran parte di questa minaccia resta, al momento, più potenziale che concreta. La maggior parte dei robot umanoidi commerciali è ancora in una fase di sviluppo iniziale, lontana dall'essere impiegata su vasta scala in scenari bellici reali. Ma la logica della corsa agli armamenti tecnologici non aspetta che la minaccia si materializzi: si muove sempre un passo prima, per principio di precauzione strategica. E in questa logica, i robot che oggi corrono sui 100 metri a Pechino sono già, negli occhi di chi pianifica la difesa americana, i soldati di domani.

Cinque livelli che si alimentano a vicenda

Quello che rende i World Humanoid Robot Games un caso di studio così affascinante non è la singola disciplina, non è la corsa, non è il calcio, non è nemmeno il fatturato miliardario dell'IPO di Unitree. È il fatto che in un unico evento convivano contemporaneamente cinque guerre parallele, ognuna annidata dentro la precedente. Il soft power dello spettacolo genera attenzione globale. Quell'attenzione permette a Pechino di imporre i propri standard tecnici, che a loro volta consolidano la dipendenza dalla supply chain cinese. Quella supply chain, con i suoi costi bassissimi, rende possibile la sostituzione demografica su scala industriale. E la stessa tecnologia, una volta scalata a fini civili, potrebbe diventare la base per applicazioni militari.

È una catena di cause ed effetti che si rinforzano a vicenda, livello dopo livello. Il record dei 100 metri fa notizia ovunque nel mondo. Le regole ISO scritte in silenzio, no. Ma sono le seconde a decidere chi vincerà la partita. E quando, tra vent'anni, guarderemo indietro, non ci ricorderemo di chi ha corso più veloce. Ci ricorderemo di chi ha scritto le regole.

- Francesca

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